Benvenuti nel regno degli alpaca. In Umbria l’allevamento più grande d’Italia

L’idea (giusta) di Gianni Berna

Trenta ettari di azienda nella valle di Niccone, nell’umbertidese: e’ la prima in Italia ad essersi “inventata” un allevamento di alpaca e capre d’angora per la produzione di filati pregiati

PERU VOLCANO

Perugia, 11 settembre 2011 – PRENDI gli alpaca del Sudamerica, mettici anni di esperienza in Africa, aggiungi l’idea di scappare da Roma e una gran voglia di tornare in Umbria (ma a un passo dalla Toscana), dove sono le proprie radici. Nasce così la Maridiana Alpaca, trenta ettari di azienda nella valle di Niccone, nell’umbertidese: la prima in Italia ad essersi “inventata” un allevamento di alpaca e capre d’angora per la produzione di filati pregiati. Qui «regna» Gianni Berna, economista romano dall’aria pacata e il guizzo di chi è capace di fare di un deserto una foresta tropicale. A dargli una mano, nella splendida tenuta dell’altotiberino, la moglie Marisa, che si destreggia tra i mille impegni dell’azienda e la presidenza dell’Umbria Film Festival di Montone. Lui seguiva da anni progetti di sviluppo nelle aree depresse di mezzo mondo quando si è reso conto che forse il suo sogno più ambizioso era quello di crearne uno intorno a sè. «A metà della vita – racconta Berna – mi sono chiesto cosa stavo costruendo. Vivevo negli aeroporti, mettevo in piedi decine di progetti per gli altri, ma non ne avevo uno mio. Era ora di provarci». Perchè andare a pescare proprio l’alpaca, che nell’immaginario è una specie di lama in miniatura, che pascola felice solo e soltanto sulle Ande? «Prima di tutto, per disperazione», scherza Berna.

«QUANDO sono arrivato qui da Roma, nel 1987, ho cominciato ad allevare gli animali più comuni da queste parti: cavalli, mucche, e poco più. Ma non mi convinceva – spiega -. Volevo dar vita a un’azienda diversa dalle esperienze già avviate, ma che non “stonasse” con la vocazione del territorio». Ci voleva parecchio intuito per scovare una soluzione così singolare, ma la fortuna gli ha strizzato l’occhio. Sfogliando per caso una rivista inglese, Berna scopre che una signora ha acquistato degli alpaca e li sta allevando in Gran Bretagna. Si documenta e scopre che sono animali docili e apprezzati in tutto il mondo per la loro lana morbidissima. In più, sono facili da allevare perchè vivono all’aria aperta, non si allontanano dal loro territorio ma anzi, lo tengono pulito dalle erbacce senza rovinarlo. L’idea lo attrae. Il tempo di prendere un aereo e, quasi come il Noè dell’arca biblica, Gianni e Marisa portano nelle valli di Niccone gli esemplari “pilota”, un maschio e una femmina di alpaca. E’ il 1994, ed è subito amore. Per gli stessi coniugi Berna è una sorpresa scoprire come un animale così insolito per il nostro territorio si trovi invece a proprio agio qui. «Il segreto è la particolarità della lana, che ha una fibra vuota all’interno. Così il manto degli alpaca – racconta l’allevatore – è perfettamente isolante, e permette agli animali di adattarsi ad ogni temperatura».

LA PROPOSTA di Berna convince anche i «grandi». Insieme all’Enea, l’Ente per le nuove tecnologie energia e ambiente, e agli incentivi della Comunità europea per l’introduzione di animali da fibra in zone rurali e marginali, nel 1997 la piccola «arca di Noè» diventa un’azienda: oltre un centinaio tra alpaca, capre angora e pecore da lana oggi pascolano nei prati della valle del Niccone, e producono una lana pregiatissima. Nel 2000 La Maridiana chiude il cerchio: la lana degli alpaca, passando per le mani più sapienti a filare e tessere – nei dintorni, e poi anche a Biella -, arrivano i primi pullover. Arriveranno poi sciarpe, cappelli, coperte e plaid. Morbidi, resistenti, dei ventidue colori del manto naturale degli alpaca, in una gamma dal bianco al nero passando per i marroni. Dal lavaggio alla coloratura, infatti, la lana non viene sottoposta ad alcun procedimento chimico. Il sogno di costruire una filiera integrata – fino alla vendita, che avviene direttamente nel grazioso negozio dell’azienda – è compiuto. «Abbiamo realizzato un ciclo completo, dalla produzione al prodotto finito. E ci siamo riusciti – spiega Berna – legando insieme le risorse del territorio: l’artigianato e l’agricoltura». E rispettandolo: «Il nostro è un allevamento sostenibile – continua l’allevatore. Non usiamo concimi, non c’è meccanizzazione, non esiste allevamento intensivo. Al massimo, i nostri animali “vanno dal barbiere” una volta l’anno».

UN’ESPERIENZA, quella di La Maridiana, che è stata pioniera per molte altre in Italia, dove oggi esistono circa cinquanta aziende (grandi e piccolissime) sull’esempio di quella di Berna. E lui spera che ne nascano altre: regolarmente tiene corsi sull’allevamento e la cura degli alpaca (i prossimi a metà luglio), ma anche di filatura e tessitura. «E pensare che prima di conoscere questo animale, pur di trovare un allevamento convincente avrei cresciuto anche serpenti», dice sorridendo. Meno soffici e senz’altro meno simpatici del docilissimo alpaca.

MICOL PIERETTI

Nuovi materiali dal riciclo degli scarti della lavorazione industriale delle mele

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Essere green significa molto spesso mettere in moto la creatività e cercare soluzioni alternative e non esattamente convenzionali per fare fronte alle esigenze e ai piccoli problemi di ogni giorno. È proprio questo il caso della carta realizzata riciclando gli scarti della lavorazione industriale delle mele: una brillante intuizione dell’ingegnere, ricercatore e inventore altoatesino Alberto Volcan, che ha avuto il sostegno dellaMerloni Progetti e della Provincia di Bolzano.

L’ingegnere Volcan si dedica da anni allo studio di soluzioni efficaci per lo smaltimento ecosostenibile dei rifiuti e per limitare l’impatto dell’uomo e delle sue attività sull’ambiente, e fino ad oggi ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali. Riguardo allaCartamela, Volcan ha cominciato a mettere alla prova la propria intuizione nel 2004, arrivando poi a brevettare un particolare procedimento di essicazione: gli scarti di mela vengono sottoposti ad un trattamento di disidratazione, raffreddamento e macinazione, in modo da bloccarne decadimento e fermentazione e lasciare inalterato il loro contenuto di zuccheri e di cellulosa, indispensabile per la produzione di carta. Dal processo si ottiene così una farina bianca, che contiene il 65% di cellulosa e che si presta alla produzione di qualsiasi tipo di articolo cartaceo.

Un’applicazione interessante e che ha anche il merito di contribuire ad abbattere i costi di gestione dei rifiuti: gli scarti di mela, di cui fanno parte i residui della produzione industriale di succhi di frutta, vengono infatti considerati “rifiuto speciale”, una classificazione che ne rende lo smaltimento particolarmente costoso. Il progetto di Cartamela acquista un valore maggiore se pensiamo che l’Alto Adige è uno dei maggiori produttori europei di mele. Cartamela, i cui diritti sono detenuti dalla Ecoapple s.r.l. (info@ecoapple.com), ha già riscosso importanti successi, tanto da aver rapidamente conquistato sia laPubblica Amministrazione della Provincia autonoma di Bolzano che la Diocesi altoatesina.

pellemela

Campioni di Pellemela, materiali realizzato dai rifiuti industriali della mela e impiegato nel settore dell’abbigliamento

All’esperienza di Cartamela ha fatto seguito, più di recente, un secondo progetto, sempre basato sul riciclo dei torsoli di mela: si tratta di Pellemela, una pelle vegetale estremamente poliedrica, che può avere gli stessi impieghi della vera pelle, dall’arredamento alla moda, dalle scarpe e alle borse, con il vantaggio di non essere il risultato dell’uccisione di un animale.

Se queste soluzioni a base di farina di mele vi incuriosiscono o interessano, qui trovate una galleria fotografica dei materiali ecologici ideati da Volcan. Si tratta di una serie di intuizioni interessanti, da cui possono scaturire vari effetti positivi: oltre a tutelare l’ambiente, infatti, la crescita e il potenziamento di una vera e propria industria basata sul riciclo garantisce uno sviluppo sostenibile e armonico del territorio altoatesino e può anche avere importantissime ricadute in termini occupazionali.