Canapa, cotone, lino, seta e lana. Tessere e tingere nel Medioevo

di Stefania Sivo

L’artigianato italiano in epoca medievale, si distingueva per l’alta qualità dei suoi prodotti che venivano esportati in tutta Europa. Soprattutto a partire dall’XI secolo si registra un notevole sviluppo dell’industria tessile in molti centri italiani fra cui Genova, Firenze e Lucca che diventarono, in breve tempo, i maggiori produttori di stoffe preziose e di seta, tessuto molto ricercato e adoperato per confezionare abiti di lusso. La storia dei tessuti nel Medioevo è strettamente legata alla storia della coltivazione delle piante da cui si ricavavano le fibre naturali (lino, canapa e cotone) e dalla lavorazione del pelo animale da cui si ricavavano lana, cashmere e alpaca che sono, diversamente dalle fibre vegetali, a base di cheratina. Anche la seta è di origine animale: sintetizzata e filata dal baco, è costituita da una proteina che prende il nome di fibroina.

Dal XI al XIV secolo i tessuti adoperati dal popolo sono prevalentemente lino, cotone, canapa e lana. Analizziamo ora l’origine dei vari filati e i processi di lavorazione per ottenere dei tessuti pregiati.

La canapa, Cannabis sativa, è una pianta erbacea annuale coltivata oggi in Cile, Europa, Nord America e Asia per diversi scopi e che in epoca medievale era coltivata in tutta Europa, compresa l’Italia dove si attesta la presenza di canapai su tutto il territorio. Dalla corteccia interna del fusto si ottengono fibre tessili che, in caso di recente impollinazione, vengono destinate alla produzione di stoffe, o altrimenti di reti, corde e tessuti resistenti. Mentre la pianta del cotone, appartenente alla famiglia delle malvacee, produce frutti all’interno dei quali sono avvolte le ben note fibre utilizzate nell’industria tessile.

Ma il tessuto più adoperato era il lino la cui specie più diffusa nel Medioevo era il linum usatissum che veniva coltivato come pianta tessile o per i semi. La sua diffusione, a partire dal Neolitico, è dovuta alla grande adattabilità alle diverse condizioni climatiche. I più antichi tessuti in lino ritrovati risalgono all’Egitto del V millennio a.C., ma Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale (I secolo d. C.) ci informa che il lino era coltivato e lavorato anche in Gallia, Italia settentrionale e soprattutto in Spagna, che deteneva il primato per la manifattura dei tessuti. La larga diffusione del lino era legata ai molteplici usi che se ne faceva: vele per navi, reti per la pesca e per l’uccellagione, indumenti e biancheria.

Durante l’alto medioevo la coltivazione del lino, poco impegnativa e semplice da lavorare, si diffuse ampiamente in relazione ad un’economia di tipo domestico: le donne tessevano in casa e vendevano sul mercato locale i loro prodotti, contemporaneamente producevano vestiario e biancheria per la famiglia. Con l’espansione economica tra XI e XIII secolo la linicoltura conobbe un forte incremento: si affinarono i sistemi di lavorazione del terreno e della semina, per ottenere fibre sempre più morbide e, accanto alla coltivazione in spazi ristretti, legati all’artigianato domestico o alla vendita di mercati locali, si affermò la coltivazione intensiva finalizzata alla produzione di prodotti per l’esportazione. I paesi in cui i manufatti raggiunsero livelli qualitativi altissimi sono: Fiandre, Francia nord-occidentale, Germania meridionale. In Italia la coltivazione del lino si diffuse a larga scala e non solo per la produzione famigliare, anche se non raggiunse mai in qualità i tessuti in lana o cotone venduti e apprezzati in tutta Europa.

In Italia le aree che si segnalano per rilievo economico assunto dalla linicoltura sono: Lombardia, Veneto (Padovano e Veronese), Emilia-Romagna, Toscana (Versilia, Maremma Pisana, Prato, Pistoia), Marche, Lazio (Viterbo).

Grazie al trattato di agricoltura di Piero de’ Crescenzi vissuto nel XIV secolo Opus ruralium commodorum, abbiamo molte notizie relative ai metodi di coltivazione del lino: essendo una pianta vorace esaurisce a fondo i suoli e richiede quindi elementi nutritivi già maturi e assimilabili, per questo prima della semina era necessario sminuzzare il terreno lavorandolo più volte (sei o sette) con l’aratro. Per de’ Crescenzi la terra asciutta e grassa, concimata con il letame, era l’ideale per coltivare il lino affinché nascessero piante grosse. La semina avveniva in primavera. La raccolta avveniva mediante il taglio o l’estirpazione tra giugno e agosto, quando le piante ingiallivano ed era seguita dalle operazioni destinate a liberare la fibra dalla parte legnosa. La fase più delicata era la macerazione degli steli che, agendo chimicamente per mezzo della fermentazione, poteva avere effetti diversi a seconda dell’intensità e della durata. La macerazione avveniva in acqua corrente o in quella stagnante o sull’erba. A Viterbo si macerava nell’acqua sulfurea che sgorgava calda nelle vicinanze della città, nel Piano dei Bagni e che, a dire dei contemporanei, rendeva le fibre candide e morbide. L’acqua veniva raccolta in vasche scavate nel tufo (piscinae) il cui possesso costituiva una sicura fonte di entrate dal momento che la macerazione avveniva dietro pagamento. Durante la lavorazione delle fibre (agosto) il Piano diventava un luogo affollato e rumoroso nel quale accorrevano lavoratori stagionali, proprietari delle vasche (piscinarii) e numerosi venditori. Dopo la macerazione le fibre erano messe ad asciugare e poi sottoposte alla fase finale: la liberazione dalla parte legnosa. Questo poteva svolgersi in diversi modi:

  • “scavezzatura”: consisteva nel liberare le fibre manualmente, strappandole vie dagli steli;

  • “battitura”: in alcune località il lino veniva raccolto in fasci e posto su di un piano rigido di legno o pietra e battute con mazze, bastoni e martelli di legno;

  • “gramolatura” o “maciullatura” prevedeva il ricorso a un attrezzo (granula o maciullo: due assi parallele, poggiate su di un cavalletto, più un terzo asse incardinato ai precedenti in modo da poter essere alzato e abbassato e da incastrarsi nei primi due, schiacciando il fascio di fibre), che facilitava notevolmente il lavoro.

part. cappella degli scrovegni Padova, annuncio ad anna, XIV secolo

Dopo questa fase seguiva la “pettinatura” per liberare le fibre dalle ultime impurità e renderle parallele e la filatura. Il tessuto di lino più famoso del Medioevo è l’arazzo di Baieux, una tela ricamata nell’XI secolo per celebrare la conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo duca di Normandia (1066): è formato da otto pezze di lino, alte 50 cm, unite fra loro fino a raggiungere la lunghezza di 70 m. Le analisi dei pochi indumenti e frammenti conservati risalenti al Medioevo rivelano che erano generalmente di lino grezzo, non tinto, decorato con ornamenti di seta o ricami di lana. Si sono trovati anche tessuti più elaborati che utilizzano fibre miste: lino con lana, seta o canapa oppure eleganti intrecci di lino e fili d’argento, utilizzati per confezionare capi pregiati.

La seta è un’invenzione della civiltà cinese. L’ideogramma della seta già s’incontra in iscrizioni del XI-XII secolo a.C. e all’incirca alla stessa epoca appartengono i più antichi resti archeologici di fibra finora conosciuti. La tradizione vuole che la consorte di Huang Di, il mitico Imperatore Giallo, volle insegnare al popolo come ottenere il prezioso filamento la cui tecnica dovevano restare se­grete e non uscire dal Paese. La realtà storica afferma che la seta cominciò a varcare i confini della Cina solo alla fine del III secolo a.C. in seguito alle incursioni depredatrici dei nomadi Xiognu e ai doni che gli imperatori della dinastia Han inviarono loro; nessuna testimonianza o documento conferma l’arrivo in quei secoli della seta nell’Asia occidentale e in Europa. È certo che i tessuti serici conobbero una rapida fortuna nel mondo ellenistico-romano a parti­re dal I secolo a.C.e che solo molto più tardi, alla metà del VI secolo d. C., il “segreto” della sericoltura arrivò, per l’intermediazione di monaci provenienti dall’India, alla corte di Costantinopoli e da qui, successivamente, in tutto l’Occidente.

Come si produceva la seta?

  • La prima fase consisteva nell’uccisione dei bachi da seta attraverso l’esposizione al calore per impedire che le crisalidi si trasformassero in farfalle e uscissero dal bozzolo spezzettando così il filamento che lo componeva;

  • Seguiva poi la cernita, la mace­razione e il dipanamento dei bozzoli;

  • Le diverse bave sottili venivano riunite quindi in un unico filo avvolto in matasse.

Solo a questo punto la seta grezza era trasferita agli opifici cittadini per essere trasformata in tessuto. Il processo di lavorazione cominciava con:

  • L’“incannatura”, ossia con il passaggio dalle matasse di seta aggomitolate intorno all’arcolaio ai fili avvolti in rocchetti di legno;

  • A questo seguiva la filatura mediante la quale la seta subiva una torsione a destra. Dopodiché i filati per la trama potevano già dirsi pronti per affrontare la tessitura;

  • Quelli destinati all’ordito, invece, avevano bisogno di essere ulteriormente rinforzati attraverso l’“addoppiatura”;

  • Quindi sottoposti a una nuova torsione a sinistra (“torcitura”).

Mentre 1’addoppiatura veniva eseguita manualmente, già a partire dal XIII secolo filatura e torcitura erano operazioni meccanizzate, eseguite da ben congegnate macchine dette torcitoi o filatoi, azionate manualmente o dall’energia idraulica. Il filo veniva poi lavorato dai tintori che, prima di sottoporlo ai bagni di colore, provvedevano a liberarlo della gomma naturale di cui era ancora impregnato attraverso la “cucitura” in acqua tiepida e sapone. A questo punto, dopo la predisposizione dell’ordito, tutto era pronto per la “tessitura”, l’operazione più importante e complessa dell’intero ciclo. La seta non era un tessuto usato in Europa occidentale in epoca altomedievale, tuttavia sebbene il consumo di tessuti serici non fosse sconosciuto presso i re e gli alti dignitari delle corti altomedievali, sono state ritrovate in tombe europee datate a partire dal IX secolo sete orientali e bizantine, come quella di San Cuthbert nella cattedrale della città inglese di Durham, testimonianza di uno scambio, seppur minimo, di tessuti pregiati tra oriente e occidente. A partire dal basso medioevo (XIII secolo) il mercato delle seta divenne più ampio e la seta divenne un tessuto ricercato e prezioso presso le corti e le città italiane.

Regioni produttrici erano l’Italia e la Spagna, ma le stoffe di seta erano meno diffuse anche a nord delle Alpi e dei Pirenei: in Francia e in Inghilterra, nel XIII secolo, i tessuti serici erano riservati per le circostanze eccezionali, ma solo da re e principi. A partire dal XIV secolo, la seta affiancherà la lana nella manifattura dei tessuti e diventerà un prodotto caratterizzante degli ambienti di corte; solo a partire dal XV secolo la seta diventerà di uso quotidiano nell’ambiente principesco e presso l’alta borghesia. Molteplici furono a tal proposito le leggi emanate che miravano a regolamentare l’uso e lo sfoggio dei tessuti serici, nel tentativo di riservare alla sola nobiltà l’uso di questa fibra. In Europa e soprattutto in Italia la manifattura laniera era presente in moltissimi centri, a differenza dei centri di lavorazione della seta che solo in epoca tardomedievale incominciarono a diffondersi nella penisola italiana. Fino a quella data, infatti, “l’affare della seta” fu assoluto monopolio dell’Oriente anche se è bene ricordare che nell’alto medioevo l’industria della seta era attiva già nell’Impero bizantino e in molti territori dell’immenso dominio islamico (Siria, Persia, Mesopotamia, Egitto), e che proprio nelle aree del Mediterraneo in cui maggiori furono i contatti con queste culture, come l’Italia meridionale e la Spagna, si svilupparono le prime manifatture occidentali. La produzione serica iberica ricevette dai dominatori arabi un’impronta stilistica che si sarebbe mantenuta, fino al XVI secolo, nella definizione di “ispano­moresca”, mentre la manifattura siciliana, che aveva in epoca normanna il suo centro nell’opificio annesso al palazzo regio di Palermo, sintetizzava l’esperienza delle due precedenti dominazioni: quella bizantina e quella araba. Le corti palermitana e messinese erano note in tutta Europa per i tessuti ricamati con le pietre preziose che venivano applicate sulle tuniche e sui mantelli. Le tecniche di lavorazione erano segrete, condizione essenziale affinché i manufatti fossero considerati “esclusivi”, gli stessi tessitori, considerati alla pari degli artisti, erano chiamati a preservare il “mistero” delle raffinate e antiche tecniche. I vestiti della corte erano vere e proprie opere d’arte, il guardaroba regale di Ruggero II e di Guglielmo il Buono comprendeva tuniche in seta, mantelli ricamati in oro, perle, filigrane e smalti (il più celebre è il mantello di re Ruggero II, datato 1133 e conservato a Vienna nel Kunsthistorisches Museum).

I bizantini avevano inoltre creato ad Amalfi e Gaeta delle manifatture di produzione serica con la materia grezza ottenuta in Calabria, probabilmente, per il tramite di tessitori e filatori ebrei provenienti da queste città, la lavorazione dei drappi si diffuse a Lucca.

Lucca si trova in una regione che in epoca medievale era in pieno sviluppo economico, situazione favorita dalla posizione strategica della città costruita nelle vicinanze della via Francigena. Il movimento dei pellegrini, diretti a Roma, era costante e caratterizzato dalla presenza di uomini e donne di tutti i ceti sociali interessati non solo all’aspetto religioso e cultuale del viaggio ma anche all’aspetto commerciale: Lucca era sede di un importante mercato di prodotti di lusso. I “diaspri” di Lucca, tessuti monocromi di lucentezza quasi madreperlacea, erano conosciuti non solo in Italia ma ricercati e apprezzati in tutto il Nord Europa. Erano i mercanti ge­novesi, che grazie ai loro contatti con l’Orien­te rifornivano le botteghe lucchesi di seta del Catai e del Mar Caspio.

Nel XIV secolo, a causa di tempestose vicende politiche interne e dal succedersi delle dominazioni straniere, l’apparato manifatturiero lucchese subisce un ridimensionamento, caratterizzato dalle chiusura di molte botteghe e dall’emigrazione di imprenditori e operai, che riuscirono comunque a creare una rete commerciale a Bologna e a Venezia, dove erano attivi opifici serici dal XIII secolo e grazie ai qua­li continuarono a inviare sui mercati internazionali i loro drappi. Nel XV secolo si assiste, nelle principali città italiane, ad un potenziamento delle manifatture seriche su larga scala, che utilizzavano materia prima prove­niente dalle regioni situate a sud-ovest del Mar Caspio, dal regno iberico di Granada, dal Por­togallo (Lamego), dall’isola di Chio e in parte dalla stessa Penisola dove, soprattutto in Roma­gna, Abruzzo, Marche, Calabria e Sicilia, si era diffuso l’allevamento del baco da seta.

Venezia, a partire dal XV secolo, diventa in Italia la nuova capitale della seta che importava dall’Oriente e che rivendeva con i suoi broccati, damaschi, lampassi e velluti in ogni regione d’Europa; Firenze, già nota per la lavorazione di stoffe di seta, potenzia notevolmente la produzione sia a livello qualitativo che a livello quantitativo. Molto apprezzati erano i tessuti auro-serici prodotti dalla manifattura fiorentina. Genova, favorita da una tradizione artigianale importante e dalla facilità di approvvigionamento delle materie prime di provenienza levantina e orientale, sviluppò una manifattura serica “nuova” e, molto differenziata negli articoli, a partire dagli anni Trenta del XV secolo. A condividere il primato nella produzione serica in Europa accanto all’Italia era la penisola iberica, grazie anche a st­imoli di natura tecnica o mercantile provenienti dall’Italia. Granata, Valencia, Toledo, Cor­dova e Siviglia erano le città più importanti per la manifattura e la vendita della seta.

particolare, Anna invoca la fine della sterilità, Galatina XIV secolo

LE SOSTANZE COLORANTI

I coloranti e la tintura sono antichi quanto i tessuti. Fino alla metà del XIX secolo, tutti i coloranti erano ricavati da sostanze naturali, soprattutto di origine vegetale e animale. Fra i coloranti più antichi ci sono la robbia, un colorante rosso ricavato dalle radici di Rubia tinctorum, il blu indaco ottenuto dalle foglie di Indigofera tinctoria, il giallo tratto dagli stimmi di Crocus sativa, o zafferano, e la sanguinella (o Cornus) estratta dall’albero omonimo. Con questi coloranti si ottenevano colori opachi molto belli, mentre un rosso brillante chiamato cocciniglia veniva ricavato da un insetto (della famiglia Kermesidae) originario del Messico, e un rosso molto apprezzato, noto come porpora di Tiro, estratto dal tegumento delle murici appartenenti ai gasteropodi marini, che si pescavano appunto nei pressi dell’isola di Tiro. Quasi tutti i primi coloranti naturali erano estremamente costosi e richiedevano tecniche di preparazione e di applicazione molto lunghe e complicate. Oggi i coloranti naturali vengono usati soprattutto nella produzione artigianale e vengono applicati a piccole quantità di fibre o di altro materiale; i metodi usati rendono molto difficile riprodurre esattamente lo stesso colore e i risultati dipendono soprattutto dall’abilità dell’artigiano.

Il metodo di applicazione del colorante naturale in epoca medievale è generalmente la tintura al tino: questo processo richiede un tipo di colorante a forte tonalità e stabile, ossia resistente al lavaggio e all’esposizione alla luce, in modo che il colore non stinga e sia garantita la buona qualità del prodotto.

In epoca medievale i coloranti naturali davano alle fibre un colore resistente, segue una tabella con le piante da cui si ricavavano i colori:

Rosso

  • rubia tinctorum (robbia domestica)
  • bixa orellana (annato)
  • carthamus tinctorius (zafferanone coltivato)
  • dracena draco (sangue di Drago)
  • roccella tinctoria (oricello)
  • kermes (estratto da insetti della famiglia Kermesidae o quercus coccifera)
  • robinia pseudoacacia (acacia)
  • caesalpina Sapan (legno brasiliano)
  • rosso di Tiro o rosso porpora (estratto dalle murici, famiglia delle gasteropodi marine).

Giallo

  • reseda luteola (reseda biondella)
  • anthemis tinctoria (camomilla per tintori)
  • berberis vulgaris (crespino comune)
  • crocus sativus (zafferano vero)
  • curcuma longa (curcuma)
  • genista tinctoria (ginestra minore)
  • sparticum jenceum (ginestra)
  • pyrus malus(melo)
  • rubus frutticosus (mora)
  • rhus Cotinus (scotano)

Blu

  • indigofera tinctoria (indaco)
  • isatis tinctoria (guado)
  • polygonum tinctorium (poligono tintorio)

Verdi

  • calicotome villosa (spazio villoso)
  • cytisus scoparius (ginestra dei carbonai)
  • iris pseudacorus (giaggiolo acquatico)
  • lavandola stoechas (lavanda selvatica)

Viola

  • haematoxylum campechianum (campeggio)
  • papaver rhoeas (papavero comune)
  • vaccinium myrtillus (mirtillo nero)
  • rocella tinctoria (oricella)

Marrone

  • alnus glutinosa(ontano comune)
  • acacia catechu (catecù)
  • juglans regia (noce comune)
  • lawsonia inermis (henné)
  • salix purpurea (salice rosso)
  • corylus avellana (nocciolo)
  • plantago major(piantaggine)

Nero

  • corteccia di ontano, castagno, leccio, faggio, quercia comune.

Il guado fu la sostanza che per maggior tempo ebbe parte preminente nell’arte tintoria medievale. Con essa era possibile ottenere una ricca gradazione di azzurri che andava dai toni carichi e vivaci del “perso” e del “persiero” fino ad un celeste pallido detto “allazzato”, passando attraverso l’azzurrino, il celeste, lo “sbiadito” ed il turchino. Per ottenere alcuni colori, come ad esempio il verde e il violetto, era necessario fare prima l’impiumo che consisteva in un bagno di colore che conferiva alle fibre tessili un sottofondo di colore prima di immergerle in un ulteriore bagno per l’ottenimento del colore definitivo. Ad esempio se l’impiumo era stato al guado, le fibre avevano assunto un colore celeste, con una successiva immersione in un bagno di colore giallo (a base di scotano o di braglia) esse diventavano di un verde più o meno scuro a seconda dell’intensità del sottofondo. In Italia molte erano le zone nelle quali si coltivava il guado, anche se i centri di maggiore produzione si trovavano in Lombardia, nel bolognese, nell’aretino e in varie località umbro-marchigiane.

La robbia invece era ricavata dalla rubia Tinctorum le cui radici, contenenti alizarina, una volta essiccate, ridotte in polvere e sciolte in acqua, davano una soluzione capace di tingere le fibre tessili in un bel rosso. La robbia poteva anche essere impiegata come sopratinta o, miscelata con altri coloranti, come i petali di papavero rosso, per ottenere il “paonazzo” ed il viola.

Lo scotano, era la sostanza colorante ricavata dal legno e dalle foglie del rhus cotinus e veniva usata per colorare in giallo carico le fibre tessili. Se queste avevano subito un precedente impiumo al guado, il bagno con scotano conferiva loro un bel colore verde. Per l’elevato tenore di tannino lo scotano, opportunamente trattato con sali di ferro, serviva anche a formare grigi e neri.

Braglia è il nome dato dai tintori del medioevo ad una specie di ginestra, genestra tinctoria, i cui fiori, opportunamente trattati, liberavano una sostanza colorante capace di tingere in giallo la lana. Il verzino era ricavato, nel medioevo, dalle parti lignee della caesalpina sapan, una leguminosa proveniente dalle Indie orientali e dal Sappan, nelle isole Filippine. Il legno è ricco di un glucoside che, decomponendosi, sviluppa una sostanza detta brasiliana, questa per ossidazione si trasforma in materia colorante rossa facilmente solubile in acqua.

Il nero era facilmente ottenibile combinando sali ferrosi con l’acido tannico contenuto nella corteccia di molti alberi (castagno, leccio, faggio, quercia comune). Neri brillanti, ma assai costosi, si ottenevano impiegando galle e galloni (protuberanze che si formano sulle foglie e nei rami degli alberi in seguito all’azione di alcuni insetti che vi depositano le uova), invece a basso prezzo risultavano quelli conseguiti con materiali più vili e di facile reperibilità (ad esempio il mallo di noce) che davano però tinture assai scadenti per qualità e durata.

L’oricella era tratta da un lichene del bacino mediterraneo roccella tinctoria che fatto fermentare in un bagno di urina, assume un colore violetto carico, degradabile a paonazzo se trattata con robbia.

Il loto era una sostanza largamente usata dai tintori medievali e della quale, per le poche notizie che ci sono giunte, ignoriamo sia la precisa natura che l’impiego come colorante. La tradizione che lo voleva ricavato dal legno dell’albero del loto è forse errata, mentre maggiore credito trova l’ipotesi che vuole il lotum fabrorum un’argilla arricchita con limatura (o molatura) di ferro. Del resto nel medioevo varie qualità di argille (boli, ocre) ricche di ossidi di ferro venivano impiegate per tingere la lana in rosso e in bruno. Quando queste terre erano troppo chiare, cioè avevano basso tenore ferroso venivano mischiate con limatura di ferro che in presenza di acqua si ossidava conferendo il classico colore rosso-ruggine. I colori citati nei documenti sono comunque molteplici: l’azzurrino, colorante di probabile origine minerale, usato per tinture in azzurro e verde, il cinabro, solfuro di mercurio impiegato per il rosso, il comino, pianticella appartenente alle ombrellifere, simile al finocchio, serviva probabilmente per tingere in giallo, l’erba gualda, erba usata per tinture in verde pallido e in giallo, l’indaco per tinture in turchino e verde, la terra ghetta, ossido di piombo, usato per tinture di colore bruno.

Ma per fissare i pigmenti sulla stoffa era necessario adoperare dei mordenti efficaci, la qualità della tintura dipendeva infatti dalla qualità dei fissatori adoperati durante la “mordenzatura”. I mordenti erano di solito sostanze di origine vegetale e nel medioevo si distinguevano in due gruppi a seconda della sostanza astringente di base. Distinguiamo in mordenti tanninici (ricchi di tannino, composti del fenolo) e in mordenti potassici (ricchi di potassio, metallo alcalino bianco-argenteo che reagisce violentemente con l’acqua).

Mordenti tanninici

  • Galla

(o noci di galla) erano chiamate le protuberanze che si formano sulle foglie e nei rami degli alberi in seguito all’azione di alcuni insetti che vi depositano le uova. In presenza di sali di ferro davano una soluzione nera, usata come colorante. Nei documenti non sono citate precisamente le zone di provenienza delle galle che potevano essere di qualità pregiata, importate dall’Oriente, oppure di un tipo scadente che si raccoglieva nell’Italia meridionale.

  • Scorza

Molti erano gli alberi le cui scorze, ricche di tannino, erano usate dai tintori medievali come fissanti. In Europa le ischotze più ricercate erano quelle dell’ontano (6-15% di tannino), betulla, castagno (5-10%) e la grande famiglia delle querci: rovere, leccio, ecc. (10-15%).

  • Foglia

La foglia era considerato un ottimo fissante. Il nome della pianta dalla quale si ricavava la foglia, è il rubus fructicosus, ovvero la foglia del rovo delle more.

Mordenti potassici

  • Gromma

La gromma (o gruma) è il “cremor di tartaro” formatosi nei tini per effetto della fermentazione. Quando la gromma veniva bruciata essa rendeva le ceneri assai ricche di potassio (detto allume di feccia) e quindi veniva adoperato come ottimo mordente.

  • Allume

L’allume era il mordente a base di potassio maggiormente usato dai tintori del medioevo. Il suo impiego si diffuse in Italia soprattutto dopo che nella Toscana meridionale e nell’alto Lazio ne furono scoperti ricchi giacimenti. Il migliore era l’allume di rocca ricavato dall’allumite, un solfato basico idrato di potassio e alluminio estratto da rocce di origine vulcanica. L’allume, oltre a fissare stabilmente le tinte su ogni genere di fibra tessile, conferiva una forza illuminante che rendeva i manufatti particolarmente apprezzati sul mercato. Per tali pregi esso era oggetto di un intenso commercio che univa le zone di estrazione (Allumiere, Tolfa) ai maggiori centri dell’industria tessile italiana.

  • Cenere

Nel medioevo la cenere era impiegata per il lavaggio di lane e stoffe secondo un procedimento usato fino ai nostri giorni (ranno o cenerone), ma ebbe un largo impiego anche in tintoria, specialmente fra i tintori dell’Arte del guado. Le ceneri, ricche di potassio, ricavate dalla combustione di legna dolce e forte, erano un ingrediente indispensabile per la preparazione del bagno di colore in quanto potevano svolgere le funzioni modernamente assolte dalla soda: promuovevano cioè l’alcalinizzazione del bagno rendendo stabile il composto solubile delle tinte mediante mordenzatura delle fibre.

TINTURA

La tintura dei tessuti viene eseguita in grossi recipienti di cemento o d’argilla, secondo un procedimento in uso da secoli, non molto dissimile dai moderni procedimenti industriali monocromatici. In entrambi i casi il tessuto viene immerso nel colorante e agitato per ottenere una colorazione uniforme. Nel più semplice procedimento di tintura (tintura al tino), il materiale tessile viene immerso nel colorante, che viene portato gradualmente al punto d’ebollizione e agitato in continuazione, per facilitare la penetrazione completa nel tessuto. A seconda del tipo di fibra e del colorante usato, si possono aggiungere sali o acidi che migliorano l’assorbimento del colorante. La difficoltà principale nella tintura di filati e tessuti misti è quella di ottenere la stessa gradazione di colore su ogni tipo di fibra: le fibre di cotone, ad esempio, assorbono il colore rapidamente, mentre quelle di lana, se si vuole raggiungere la medesima intensità del colore, hanno bisogno di un tempo di bollitura molto più lungo, che potrebbe addirittura danneggiarle.

In epoca comunale si distingueva fra artigiani della “piccola tinta”, alle prese con i coloranti meno nobili e costosi, e quelli della “grande tinta”, che poteva disporre dei pigmenti più pregiati quali indaco, robbia, kermes e altri pigmenti preziosi. Nella maggior parte dei casi i pigmenti sono ricavati dalla macerazione e dalla cottura in acqua. Prima di entrare in contatto con questi pigmenti, il supporto da tingere necessita di un trattamento in grado di fissare il colore. Nel caso dei tessuti si parla di “mordenzatura”, che consiste nella bollitura in acqua (con temperature comprese fra i 70 e i 90° C) con sali metallici o con i cosiddetti mordenti. Dopo questo trattamento, il supporto viene immerso nel bagno di colore, dove rimarrà per il tempo necessario. Quando si tingeva con i colori naturali estratti dalle piante, la lana veniva suddivisa in matasse e per fissarne il colore bollita per un’ora nell’acqua dove preventivamente era stato sciolto il mordente (allume di rocca, anticamente estratto in giacimenti naturali). Dopo questa operazione, secondo il colore scelto, veniva bollita la parte della pianta (fiori, foglie o scorze) in acqua, per estrarre la proprietà tintoria. Una volta estratto il colore si immergeva la lana nella tintura e la si faceva bollire per il tempo prescritto.

Le tintorie, a causa dell’odore cattivo che emanavano, erano sempre confinate ai margini della città o fuori dalle mura, vicine a fiumi, torrenti o al mare dove era possibile scaricare i liquami di scarto. Chi lavorava all’interno delle tintorie, in Italia meridionale erano gestite in epoca federiciana (prima metà del XIII secolo) dagli ebrei, era considerato un marginale, nella maggior parte dei casi si trattava di servi o di lavoratori stagionali. Inoltre il tabù ‘dell’impurezza’ e della ‘sporcizia’, fortemente sentito nella società medievale, ricadeva su tutti coloro che lavoravano nel settore tessile: tintori, follatori (la follatura era un’operazione con la quale si facevano restringere e feltrare i panni di lana sottoponendoli a pressione, previa imbibizione in liquido adatto) e tessitori. Nelle Fiandre del XIV secolo le donne disprezzavano gli operai tessili che ritenevano repellenti a causa della puzza di urina che si portavano addosso e delle loro ‘unghie blu’, segno distintivo della vile attività.

Gli ebrei erano specializzati anche nel campo tessile e serico, lavori notoriamente ritenuti ‘sporchi’. Nel 1231 l’imperatore affidò alla sola comunità ebraica di Trani il monopolio della produzione della seta, solo successivamente estese il diritto a quelle di Napoli, Capua e Lanciano. A Taranto Federico II concentrò tutte le attività tintorie nel quartiere di Turipenna; intorno al 1230 vennero svolte delle inchieste per definire i diritti arcivescovili sulle decime della beccheria e della tintoria di Taranto, precedentemente concessi dai sovrani normanni. In questi documenti ci sono informazioni relative alla riorganizzazione e al potenziamento della tintoria della Giudecca, che era stata riparata a spese imperiali. A tale proposito Federico II il tre ottobre del 1231 inviò una lettera al direttore della tintoria ordinando che Omnes panni ipsarum parcium, qui tingendi sunt, non alibi quam in eadem tinctoria tingentur, cioè “Tutti i panni di queste parti, che devono essere tinti, non siano tinti in altro luogo che in questa stessa tintoria”.

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  • M. Bussagli, La seta in Italia, Editalia, Roma 1986.

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  • A. Cortonesi, Per la storia delle colture tessili nell’Italia bassomedioevale: il lino e la canapa nelle campagne laziali, in “Latium”, 2 (1985), pp. 101-139.

  • F. Francheschi, L’affare della seta, in Medioevo n. 14, Marzo 1998, De Agostini Rizzoli Periodici, pp. 70-74.

  • D. Girgensohn-N. Kamp, Urkunden und Inquisitionem der Stauferzcit aus Tarent in «Quellem und Forschungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken», XLI, 1961, pp. 137-234.

  • P. Guarducci, Tintori e tinture nella Firenze medievale (secc. XIII-XV), Polistampa.

  • Lanconelli, Quando i campi erano color del cielo,in Medioevo n. 73, Febbraio 2003, De Agostini Rizzoli Periodici, pp. 76-83.

  • J.Le Goff, Métiérs licites et métiérs illicites dans l’Occident médieval in Pour un autre Moyen age, Paris 1979.

  • La seta e la suo via, a cura di M. T. Lucidi, Edizioni De Lu­ca, Roma 1994.

  • Porsia F.-Scionti M.,Taranto, a cura di C. De Seta, Laterza, Bari 1989.

  • G. Rebora, Un manuale di tintura del Quattrocento, Milano, 1970.

Battaglie Medievali

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Monteriggioni: Battaglia medievale – Medieval Battledi Discover Tuscany

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Mantova Medievale – Grande battaglia finale (raw footage)

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Finalborgo, viaggio nel Medioevo, l’assalto alle mura

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Battaglia di Montaperti

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A.D. 1387 Battaglia a Terra del sole – 2013

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Montaperti – 04 settembre 1260-2010

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La Battaglia di Sanluri – Sa Batalla

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L’Ultima Battaglia

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Commemorazione della Battaglia Legnano (anno 1176) – Castello in festa –

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Assedio di Brescia IX edizione – Battaglia di fanteria leggera e pesante

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Battaglia di Scannagallo 2012

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